Quando nel latte compare un filamento, un grumo o un coagulo, ciò che molti allevatori definiscono ‘stoppino’, significa che è in corso un’infiammazione della mammella (mastite clinica).
Questo processo provoca la coagulazione della caseina, la presenza di fibrina nel latte e la desquamazione delle cellule epiteliali. Il materiale proteico e cellulare così prodotto tende ad aggregarsi, formando i caratteristici filamenti.
Se, oltre all’alterazione dell’aspetto del latte, non compaiono né un gonfiore significativo del quarto né segni sistemici nella vacca, si tratta di una mastite clinica lieve. La maggior parte dei casi clinici rientra in questa categoria e spesso non richiede un trattamento antibiotico.

Di solito gli ‘stoppini’ si osservano all’inizio della mungitura, durante l’espulsione dei primi getti di latte o nei primi secondi di attacco del gruppo di mungitura.
Le cause più comuni delle mastiti lievi sono legate a patogeni a bassa virulenza (coliformi a bassa carica, alcuni streptococchi ambientali in forma lieve, stafilococchi coagulasi negativi). In questi casi la risposta infiammatoria è modesta e l’animale mantiene condizioni generali normali.
L’ingresso di patogeni poco aggressivi può essere favorito da alcuni fattori predisponenti:
- traumi e irritazioni del capezzolo (piccole lesioni aumentano la permeabilità del tessuto e facilitano l’ingresso di batteri opportunisti);
- errori nella routine o nell’igiene di mungitura (contaminazione dei capezzoli prima dell’attacco, mungitura troppo aggressiva, vuoto di mungitura eccessivo, guaine usurate).
Il moderno approccio per prendere la decisione terapeutica migliore è quello mirato o selettivo, che prevede l’utilizzo della OFC (On Farm Culture), ovvero la coltura batterica per la diagnosi rapida eseguita direttamente in azienda mediante test specifici, come ad esempio Mastatest. Questo consente di ottenere in poche ore una diagnosi batteriologica sui principali patogeni mammari, risultando fondamentale per stabilire se la bovina debba essere trattata o meno con un antibiotico.
Trattare con antibiotico o fare solo terapia di supporto? Quale decisione prendere? L’albero decisionale per i casi lievi.
Gli studi clinici dimostrano che il trattamento indiscriminato con antibiotici aumenta i costi, gli scarti di latte e il rischio di antibiotico resistenza, e che l’antibiotico non è sempre utile per tutti i tipi di mastite. Al contrario, i protocolli selettivi non influenzano negativamente gli indici di guarigione e permettono una significativa riduzione dell’uso di antimicrobici.
La letteratura scientifica conferma che l’approccio selettivo è il più vantaggioso:
- aumenta la precisione del trattamento;
- evita i trattamenti antibiotici inutili (la riduzione dell’uso di antibiotici può arrivare fino al 50%);
- riduce gli scarti di latte;
- è più sostenibile e in linea con la lotta all’AMR.
La scelta terapeutica nei casi lievi di mastite dipende dal tipo di patogeno identificato tramite OFC. In particolare:
- nei casi causati da Gram negativi (come E. coli e altri coliformi) e in quelli con nessuna crescita batterica si osservano alti tassi di guarigione spontanea. In questi scenari l’impiego di antibiotici non porta alcun beneficio clinico o batteriologico, rendendo sufficiente una terapia di supporto abbinata a un attento monitoraggio dell’animale. Evitare l’antibiotico consente inoltre di non scartare inutilmente il latte, evitando i tempi di sospensione.
- Al contrario, nei casi dovuti a Gram positivi, salvo infezioni croniche o ceppi resistenti, il trattamento antibiotico rappresenta l’approccio più indicato per ottenere una risoluzione clinica e batteriologica efficace.
Sulla base di queste evidenze, è possibile definire un diagramma di flusso decisionale (albero decisionale) che guidi l’allevatore e il veterinario verso la scelta terapeutica più appropriata nei casi lievi di mastite. Un esempio di albero decisionale semplice è il seguente.


Scelte terapeutiche nei casi lievi da Stafilococchi coagulasi-negativi
Quando una mastite lieve è causata da Stafilococchi coagulasi negativi (CNS), la decisione terapeutica non può essere univoca. Questo perché i CNS non rappresentano un gruppo omogeneo ma: includono decine di specie diverse, con comportamenti, capacità di persistenza e risposta ai trattamenti molto variabili in base alla specie coinvolta.
- Alcuni sono isolati essenzialmente dal latte anche se possono trovarsi nell’ambiente. Si tratta di specie altamente adattate alla mammella (S. chromogenes, S. simulans), che mostrano maggiore capacità di colonizzare il canale del capezzolo e si comportano essenzialmente da contagiosi.
- Altri, considerati opportunisti, sono frequentemente isolati sia dall’ambiente sia dal latte (S. xylosus, S. epidermidis, S. haemolyticus) e capaci di causare mastiti, spesso lievi ma anche persistenti.
- Altri ancora sopravvivono e si moltiplicano nell’ambiente e raramente, o molto raramente, provocano infezione (CNS ambientali: S. equorum, S. hominis).
Di conseguenza, la terapia cambia radicalmente in base alla specie coinvolta. Poiché nella pratica di campo non è possibile conoscere con precisione la specie di Stafilococco coagulasi negativo, la scelta terapeutica deve basarsi su criteri clinici e sulle probabilità di comportamento del gruppo.
A questo proposito è utile ricordare che:
- La maggior parte delle mastiti cliniche da CNS (circa il 60–70%) è causata da specie opportuniste. Queste infezioni sono di solito transitorie e di breve durata, con risposta generalmente buona alle terapie antibiotiche ma anche alte percentuali di guarigione spontanea.
Tra gli opportunisti, S. haemolyticus rappresenta un’eccezione, essendo infatti altamente resistente agli antibiotici. Per questo motivo, nelle mastiti lievi sostenute da questo microrganismo non è scontata la risoluzione dell’infezione, soprattutto nei casi cronici o ricorrenti. È inoltre uno dei CNS più frequentemente isolati nelle mastiti, con presenza significativa sia nel latte sia nell’ambiente, il che indica una notevole adattabilità e una maggiore tendenza alla persistenza. - Una quota minoritaria ma significativa di casi è invece sostenuta da specie altamente adattate alla mammella (S. chromogenes, S. simulans), che danno luogo a infezioni più persistenti e un rischio di aumento della SCC per periodi prolungati.
Pertanto, non conoscendo la specie di Stafilococco coagulasi-negativo (a meno che non si abbia la possibilità di usufruire della Maldi Tof), la scelta terapeutica deve essere valutata caso per caso, tenendo conto della storia clinica del quarto interessato e della storia individuale della bovina (recidive, andamento della SCC, persistenza dell’infezione nel tempo e eventuali precedenti fallimenti terapeutici), integrando possibilmente i risultati di un antibiogramma.
Nei casi di mastite lieve da CNS lievi e non persistenti può essere appropriato un approccio prudente, basato su monitoraggio e attesa, mentre nei sospetti di cronicizzazione la decisione va ponderata con particolare cautela.
Decisioni operative in caso di infezioni da Stafilococchi coagulasi-negativi
| Opzione | Valutazione clinica | Decisione Operativa |
| Opzione 1 |
|
NON trattare
Monitoraggio nelle successive 2–3 mungiture |
| Opzione 2 |
|
Trattare in lattazione con antibiotico intramammario |
| Opzione 3 |
|
Rimandare al trattamento in asciutta
(quando le probabilità di guarigione per i CNS sono più alte) |
Scelte terapeutiche nei casi lievi confermati da Klebsiella
A differenza delle mastiti lievi da E. coli, che spesso si risolvono spontaneamente, le infezioni causate da Klebsiella sono generalmente più impegnative: si tratta infatti di un patogeno ambientale, spesso difficile da eradicare, responsabile di quadri clinici da moderati a gravi e spesso associato a forme croniche caratterizzate da SCC elevata e recidive.
Nei casi lievi può essere indicata una terapia intramammaria prolungata, con su un antibiotico scelto in funzione della sensibilità del ceppo isolato (extended intramammary treatment), poiché questa strategia aumenta la probabilità di guarigione batteriologica. Tuttavia, in Italia non esistono prodotti intramammari specificamente registrati per la mastite da Klebsiella; eventuali trattamenti, specie se ‘estesi’ devono quindi essere effettuati “in deroga”, off‑label, sotto la stretta supervisione del veterinario aziendale.
È fondamentale monitorare l’evoluzione clinica per 48–72 ore, valutando lo stato generale della bovina, la regressione dei segni clinici, la produzione di latte e l’appetito. Se la vacca presenta una storia di SCC elevata da mesi (>200.000 cell/mL), la mastite è verosimilmente cronica e la probabilità di successo terapeutico è bassa; in questi casi può essere più indicata una gestione diversa, come segregazione o riforma.
Poiché Klebsiella è un patogeno tipicamente ambientale, è essenziale mantenere le cuccette pulite e asciutte, ridurre al minimo la contaminazione da feci ed evitare l’uso di lettiere organiche ad alto rischio (come trucioli o segatura umida), che rappresentano spesso la principale fonte di contaminazione.
Riassumendo
La presenza di filamenti o grumi nel latte indica una mastite clinica lieve, spesso dovuta a patogeni a bassa virulenza. In molti casi non è necessario utilizzare antibiotici: la decisione terapeutica deve essere mirata, preferibilmente supportata da OFC (On‑Farm Culture), per distinguere infezioni che richiedono antibiotico da quelle che guariscono spontaneamente.
I Gram‑negativi e i casi con nessuna crescita batterica presentano solitamente alta guarigione spontanea, mentre i Gram‑positivi beneficiano più spesso del trattamento antibiotico. Tra i CNS, le specie opportuniste sono responsabili della maggior parte dei casi lievi e tendono a risolversi rapidamente, tranne S. haemolyticus, più resistente e persistente. Le specie adattate alla mammella (S. chromogenes, S. simulans) causano invece infezioni più tenaci e con SCC elevata.
Le mastiti lievi da Klebsiella sono più impegnative: possono diventare croniche e richiedere talvolta trattamenti intramammari prolungati (sempre off‑label), ma con risultati spesso incerti.
Nel complesso, la gestione ottimale dei casi lievi si basa su:
- diagnosi rapida (OFC),
- valutazione clinica individuale,
- uso selettivo degli antibiotici,
- monitoraggio attento nei primi 2–3 giorni,
- prevenzione ambientale per ridurre l’ingresso di patogeni.
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